Coronavirus: l’emergenza socio-sanitaria nelle Filippine

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P reoccupati dalla situazione scaturita dall’emergenza socio-sanitaria nei Paesi dove sosteniamo progetti, siamo costantemente in contatto con le diverse associazioni per avere un quadro generale dei cambiamenti in atto. Nelle Filippine, ad esempio, la già precaria realtà socio-economica è stata aggravata dall’emergenza Coronavirus (Covid19).  

 

L'emergenza Coronavirus a Navotas, Filippine

Tra le isole che formano l’arcipelago delle Filippine la più grande è Luzon, abitata da più di 50 milioni di persone, dove è situata la casa dell’Associazione Tahanang Puso. Sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus, anche la sede dell’Associazione ha dovuto adattarsi modificando parte delle attività e dei progetti per far fronte alla crisi ed alle misure indette dalle autorità locali.

Uno dei luoghi visitati dai volontari è il fishport: il porto di pesca più grande delle Filippine dove migliaia di persone lavorano tutta la notte. Questo cuore pulsante dell’economia è stato duramente colpito dal lockdown, iniziato il 15 Marzo e che si estenderà fino al 30 Maggio, con l’indizione del coprifuoco dalle 20h alle 5h. Di conseguenza, intere famiglie hanno perso il lavoro restando senza alcun introito. Affinché tale coprifuoco fosse drasticamente rispettato, il Presidente della Repubblica ha inoltre dato facoltà alle forze dell’ordine di sparare sugli inadempienti. Molti sono i giovani che così hanno già perso la vita.

Viste le condizioni igieniche di intere baraccopoli, alcuni gruppi di abitanti hanno protestato per poter avere accesso ai beni di prima necessità che, non lavorando, non possono permettersi. Anche nella città di Navotas molte sono state le persone arrestate, tra cui centinaia di bambini. Al momento l’ex sindaco, amico dell’Associazione Tahanang Puso, ha riferito che ne sono 664 di età compresa tra i 6 ed i 12 anni.

 

L'esperienza dei volontari

Nonostante l’emergenza, nessuno dei volontari ha deciso di lasciare il Paese. Alcuni hanno preferito vivere la quarantena nel quartiere, visitando, fin quando le autorità locali glielo hanno permesso, gli amici più indigenti. La situazione è complicata dalla condizioni fatiscenti delle case che non superano i 3 mq rendendo difficile rispettare la “social distance” obbligatoria. A ciò si aggiunga l’impossibilità economica di dotarsi di guanti e mascherine, senza parlare del problema dell’alcool e/o dei kit igienici.
Nonostante ciò i volontari, seguendo i consigli delle autorità locali, hanno potuto, insieme ad altre ONG, distribuire beni di prima necessità approfittando dell’occasione per incontrare gli amici e per poter offrire un sorriso gratuito a coloro che sono emarginati dalla società. Molti infatti sono dei “daily workers”, ribattezzati dai media come “daily survivors”. Spesso sono solo dei numeri, mentre per i volontari sono dei volti, delle storie, dei nomi, degli amici.

Non potendoli visitare, per le forti restrizioni dovute alle misure di sicurezza, i volontari hanno preservato il legame con i propri amici servendosi dei mezzi tecnologici, in particolare messenger (gratuito nelle Filippine), in modo da restare in contatto. Ogni giorno, inoltre, si impegnano a creare dei piccoli oggetti in bambù da poter offrire quando questa drammatica emergenza sarà finita.

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